di
Distrazione. Ma era stata soltanto distrazione? Quella macchina parcheggiata in doppia fila, lei che guidando ne aveva divelto lo specchietto esterno senza rendersi conto di essersi accostata troppo. L’imbarazzo nel riconoscere il proprio torto di fronte a quell’automobilista che le diceva :” Ma Lei non ci vede?”. Poi la vista annebbiata mentre cercava di compilare il CID. Aveva una lente a contatto sporca? … Un occhio che nell’arco di quarantacinque minuti praticamente non distingueva neppure gli oggetti vicini. Appannato, avrebbe detto.
In un bar si era tolta la lente, l’aveva detersa. Nulla da fare. Continuava a non vedere niente. Dalla nebbia precedente, la visione era divenuta una tenda nera. Buio.
Sudando freddo, guidando malamente –non distingueva le distanze, senso stereoscopico assente- si era recata al Pronto Soccorso, Clinica oculistica. Là aveva un’amica primario. Questa l’aveva osservata in un modo strano, sottoponendola ad ogni indagine. Zero visus, zero campo visivo. Zero spaccato. Poi le aveva chiesto, con voce mesta:” Bride, dimmi…. Hai avuto difficoltà a camminare, ultimamente?...Formicolii, mancanza di forza, d’equilibrio? Diplopia?....” Caspita, da dieci anni aveva una diplopia intermittente, gli oggetti si sdoppiavano e si muovevano come in una giostra. E le gambe, spesso le doveva trascinare strisciando con i piedi. Quante volte aveva sbattuto contro lo stipite di una porta perché sbandava e perdeva l’equilibrio? Proprio lei che aveva praticato sport agonistico da una vita.
Rispose di sì. La dottoressa riprese:” Hai una neurite retrobulbare, Bride.” Sospiro.
“Vorrei sbagliarmi, ma credo che tu soffra di sclerosi multipla.” Pausa di quattro quarti. Andante senza brio.” Per la vista, ora ti farò un’iniezione di cortisone direttamente sul retro del bulbo oculare. Fa un po’ male. Ma non più di tanto. OK? Tu cerca di stare rilassata… Poi ti ricovero e faremo una Risonanza magnetica all’encefalo.”
Gelo. Paura. Necessità di dire una cosa qualsiasi:” OK per l’iniezione. Niente ricovero, però. Mi sento sola. Ho paura di diventare cieca,” Si sentiva agghiacciare. Rimpianse d’avere smesso di fumare. Una sigaretta le avrebbe fatto compagnia. Non aveva mai affrontato una tragedia senza una sigaretta. Ridicolo, forse, ma era proprio così.
L’RMN mostrò placche demielinizzate ovunque, grandi e piccole. Le indagini
immunologiche rivelarono autoanticorpi per la sclerosi multipla, il lupus sistemico e qualche altra divertente malattia autoimmune. Capita di rado, le dissero. Capita raramente anche di vincere al superenalotto. Bride aveva vinto le sue belle, gravi malattie autoimmuni.
All’esterno era rimasta tale e quale, la stessa persona gradevole di prima. Cieca ad un occhio, visus molto ridotto all’altro, piena di linfociti pazzi che anziché fare il loro mestiere avevano deciso di distruggere il suo corpo. Forse anche la sua anima. In una sorta di elegante suicidio. Però, da fuori non si scorgeva quasi nulla. Bride era sempre carina ed elegante, begli occhi, bell’aspetto, modi gentili e garbati.
Due mesi di orrore. Nessuna lacrima. Nessuna consolazione. Doveva continuare a fare la madre single inossidabile, senza una spalla sulla quale poter piangere il suo sconforto assoluto. E mentre il mostro, dentro, stava operando quel capolavoro di autodistruzione con velocità arrogante da campione, molti le ripetevano:” Tu sei forte. Vedi che ce la fai? Continui a lavorare, a seguire la famiglia. Non ti piangi addosso. Sei un esempio.” E lei continuava ossessivamente a pensare:- Non potrò più scrivere, leggere, suonare il violoncello, montare a cavallo, andare in barca a vela..Sarò niente. Meglio la morte.-
Dopo un po’ si stancò anche di fare il topolino da laboratorio, di testare cure che la facevano solo peggiorare. Infine, un giorno, quando la rabbia e la disperazione sembravano ormai esploderle dentro per diffondere ovunque, all’esterno, nella sua stessa famiglia, spore infettanti d’amarezza e disincanto, le sovvenne un ricordo, una frase di banalità sconcertante: Quando la vita ti dà solo limoni, è il momento di fare la limonata.
Rise di sé, tra sé, e decise che da quel momento, a dispetto di tutto, il suo primo diritto-dovere era quello d’essere felice. Per sue figlie. Per sua madre. Soprattutto per se stessa. E anche per tutti gli altri che, nelle sue stesse condizioni, vivevano situazioni analoghe, spesso peggiori, con dignità. Dignità. Felicità. Ora si sentiva grandissima e, al contempo, piccolissima. Strana emozione. Chi avrebbe potuto seriamente affermare che i suoi sogni dovevano necessariamente scoppiare come una bolla di sapone? Osservava la sedia a rotelle rosso ferrari. La sua gatta gliela occupava sempre per impedirle di usarla. Bene, aveva ragione la gatta. Bride non l’avrebbe usata. A costo di strisciare. Non erano affari suoi gli sguardi degli altri puntati su di lei, sul suo incedere incerto e quasi impossibile. Non era affar suo quel pissi pissi Userà psicofarmaci? Sarà ubriaca?... Poverina! Così carina e così malridotta!... Continua a vestirsi tutta elegante, eccentrica, col cappelloooo! Lo fa per attirare l’attenzione?.. Non erano affari suoi. L’ignoranza, la superficialità e la pietà pelosa vanno e vengono. Anche la compassione e la condivisione del dolore altrui vanno e vengono. La vita resta. Ha forza. Ha energia. E lei sapeva di essere energia pura in un bozzolo di materia.
Si accordò per uscire in barca a vela. Con Daniele, un amico molto caro. Nella sua ricerca della felicità c’era il mare. Che l’aveva sempre accolta, fin da bambina, spalla su cui poter gridare il suo sconforto, la sua paura. Il mare avrebbe raccolto le sue lacrime non sparse. Acqua salata in acqua salata.
Daniele l’aiutò a salire sulla passerella della barca, ad entrarci dentro, con leggerezza, conscio che non avrebbe potuto aiutarlo nella navigazione. Bride si sedette sul giardinetto di poppa mentre il suo amico mollava gli ormeggi ed azionava il motore a basso regime per uscire dal porto. Odore fastidioso di gasolio combusto. La barca era bella, una Morgante 45 piedi. L’uomo mise la barca prua al vento. Lascò la scotta della randa, drizzò quest’ultima, poi cominciò a cazzarne la scotta, quindi a lascare l’amantiglio del boma. Poggiò col timone e la barca cominciò ad andare di bolina. Il fermo del rollafiocco fu sganciato ed il genoa cominciò a srollarsi pian piano. Trac, trac, trac. Daniele avvolse la scotta di sottovento, due volte, nel winch, poi la cazzò per permettere al genoa di srotolarsi completamente. Si udiva il classico rumore metallico, come di campanella. L’uomo cominciò a girare la manovella nel winch, cazzando a ferro. Il grembiule del genoa si increspò e il suo amico lo sistemò spingendosi veloce, con un balzo, a mezza nave. La barca cominciò a ingavonarsi prendendo passo. Bianche scie di schiuma dai fianchi scivolarono indietro oltre la poppa mentre egli cominciò ad orzare per guadagnare una bolina stretta. Quindici nodi di vento. La balumina del fiocco vibrava producendo il suo tac tac cadenzato come un metronomo. Tra il genoa e la randa un tunnel d’aria si scaricava in un vento accelerato. La randa venne appena lascata per diminuire lo scarroccio.
Sempre seduta, Bride sentiva l’aria fresca sul volto. Una carezza. Insistente. Rassicurante.
Al grido di Daniele “ Si vira ”, un colpo di timone spostò la prua oltre il vento e l’uomo
lascò la scotta del genoa- precedentemente cazzata- che andò a collo spostando la prua oltre il vento. La randa fece udire la sua voce, uno strac secco, il genoa sibilò sfregando sull’albero e la scotta frustò l’aria. Bride sobbalzò appena accompagnando il movimento dello scafo che si ingavonava a sinistra. Fu percorsa da un brivido. Finalmente. Euforia. Felicità. Due lacrime le rotolarono sulle guance, subito asciugate dall’aria. Inaspettate. Estranee. Due sole. Gli occhi allagati da emozioni represse.
E poi, ecco, d’improvviso, cominciò a sentirlo, familiare, paterno. Quell’odore….
Il profumo. Del vento. Dal mare.













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