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Quasi per gioco, cercherò di dimostrare che, per certi versi, la mia esistenza non è un fatto, ma un’opinione, per quanto diffusa. La parola che più di ogni altra sentiamo pronunciare credo sia “io”: io sono, io vado, io faccio, io credo, io...io…io…io… all’infinito.
Siamo forse talmente poco convinti della nostra esistenza, da sentire il bisogno di ricordarcelo e ricordarlo agli altri in continuazione. Una tale preoccupazione è del resto giustificata: quante persone sanno della mia esistenza? Forse quattro o cinquecento, e gli altri cinque miliardi che sono al mondo? Loro non sanno che esisto e certo non se ne preoccupano.
Veniamo a quelle quattro o cinquecento su cui posso contare….. ma ci posso veramente contare? La gran parte di queste persone hanno fuggevolmente verificato la mia esistenza in passato ed ora non sono per loro neanche un ricordo sbiadito, nulla. Non esisto…più. Rimane quel centinaio di persone che incontro quasi quotidianamente, a loro è affidata la mia supposta esistenza, ma sappiamo bene che, grosso modo, non posso aspettarmi da loro più di un fugace pensiero ogni tanto, dunque siamo arrivati al nocciolo, cioè a quelle otto, dieci, forse quindici persone per le quali sono importante e amato e per questo mi pensano assai spesso: è dunque a queste sole persone che debbo la conferma della mia esistenza, e gliene sono grato, ma temo che anche questa sia una illusione.
Quelle poche buone e brave persone che avvalorano la mia esistenza come fatto, in realtà sono come i viaggiatori su un treno: credono di star fermi e invece si muovono, credono che la campagna corra via e invece e là, ferma da sempre, credono che venga prima l’albero e poi il ponte e invece viene prima il ponte e poi l’albero, almeno così è per quelli dell’altro treno, che ritorna. Insomma, a farla breve, hanno tutti una gran confusione su come stanno le cose…. Cercano la conferma della loro esistenza …. forse non esistono neanche loro. Una soluzione a questo enigma e, forse, la dimostrazione della tesi che avevo posta, è che io esisto solo nell’attimo che fugge, quando mi penso e sono pensato, ma l’attimo che fugge non esiste, tutta la matematica e la fisica sta lì a ricordarcelo.
E allora ecco la tesi che più mi convince: la parte di noi che è un’illusione è la maschera che indossiamo per piacere al mondo, ma in quella veste, come ho appena cercato di dimostrare, non esistiamo; esistiamo invece quando riportiamo il centro di noi stessi e della nostra vita dentro noi e non fuori, anche perchè solo quando si è bastanti a se stessi non si vampirizzano gli altri per i propri bisogni, che te ne sono grati e prendono a confermare la tua esistenza quando oramai è superfluo.
Più facile a dirsi che a farsi, poichè al di là di atteggiamenti di durata effimera, magari dettati da buoni libri o buone compagnie, è il lavoro di una vita, un lavoro da Maestri. Dopo una vita da apprendisti si dovrebbe almeno provare a morire da Maestri.
Siamo forse talmente poco convinti della nostra esistenza, da sentire il bisogno di ricordarcelo e ricordarlo agli altri in continuazione. Una tale preoccupazione è del resto giustificata: quante persone sanno della mia esistenza? Forse quattro o cinquecento, e gli altri cinque miliardi che sono al mondo? Loro non sanno che esisto e certo non se ne preoccupano.
Veniamo a quelle quattro o cinquecento su cui posso contare….. ma ci posso veramente contare? La gran parte di queste persone hanno fuggevolmente verificato la mia esistenza in passato ed ora non sono per loro neanche un ricordo sbiadito, nulla. Non esisto…più. Rimane quel centinaio di persone che incontro quasi quotidianamente, a loro è affidata la mia supposta esistenza, ma sappiamo bene che, grosso modo, non posso aspettarmi da loro più di un fugace pensiero ogni tanto, dunque siamo arrivati al nocciolo, cioè a quelle otto, dieci, forse quindici persone per le quali sono importante e amato e per questo mi pensano assai spesso: è dunque a queste sole persone che debbo la conferma della mia esistenza, e gliene sono grato, ma temo che anche questa sia una illusione.
Quelle poche buone e brave persone che avvalorano la mia esistenza come fatto, in realtà sono come i viaggiatori su un treno: credono di star fermi e invece si muovono, credono che la campagna corra via e invece e là, ferma da sempre, credono che venga prima l’albero e poi il ponte e invece viene prima il ponte e poi l’albero, almeno così è per quelli dell’altro treno, che ritorna. Insomma, a farla breve, hanno tutti una gran confusione su come stanno le cose…. Cercano la conferma della loro esistenza …. forse non esistono neanche loro. Una soluzione a questo enigma e, forse, la dimostrazione della tesi che avevo posta, è che io esisto solo nell’attimo che fugge, quando mi penso e sono pensato, ma l’attimo che fugge non esiste, tutta la matematica e la fisica sta lì a ricordarcelo.
E allora ecco la tesi che più mi convince: la parte di noi che è un’illusione è la maschera che indossiamo per piacere al mondo, ma in quella veste, come ho appena cercato di dimostrare, non esistiamo; esistiamo invece quando riportiamo il centro di noi stessi e della nostra vita dentro noi e non fuori, anche perchè solo quando si è bastanti a se stessi non si vampirizzano gli altri per i propri bisogni, che te ne sono grati e prendono a confermare la tua esistenza quando oramai è superfluo.
Più facile a dirsi che a farsi, poichè al di là di atteggiamenti di durata effimera, magari dettati da buoni libri o buone compagnie, è il lavoro di una vita, un lavoro da Maestri. Dopo una vita da apprendisti si dovrebbe almeno provare a morire da Maestri.













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Non sempre io sono del mio parere per questo amo leggere il Tuo.